George Best iconico: Pelè good, Maradona better, George Best. Uno slogan che rende omaggio a uno dei calciatori più celebri del Novecento. Un ragazzo nato a Belfast che grazie al suo talento innato e a un comportamento, dentro e fuori dal campo, decisamente sopra le righe, è diventato una leggenda destinata a durare a lungo.

La Sacra Trinità dello United

Best viene inserito nelle giovanili del Manchester United nel 1961, quando il club si sta ancora riprendendo dalla tragedia di Monaco di Baviera. I Red Devils possono già contare su Bobby Charlton e stanno per acquistare anche Denis Law, che assieme a Best formeranno la Sacra Trinità dello United, rappresentata da una statua fuori da Old Trafford. 

Ma è grazie all’inserimento in prima squadra del ragazzo nordirlandese che Matt Busby potrà davvero portare i Red Devils sul tetto del mondo, provando almeno a cancellare quell’incidente aereo che ha segnato indelebilmente non solo la storia del club, ma anche quella del tecnico.

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Il meraviglioso '68 di George Best

Best, ala sgusciante e dal dribbling imprevedibile, è l’arma in più di una squadra che vince due volte il campionato di Sua Maestà, ma che soprattutto conquista la Coppa dei Campioni 1967/68, vinta contro il Benfica di Eusebio anche grazie a una partita clamorosa del suo numero 7. Che alla fine del 1968 viene anche insignito del Pallone d’Oro, ma che negli anni successivi vive un lento ma costante declino, dovuto alle sue abitudini non esattamente da professionista. 

Dopo l’addio allo United nel 1974, Best veste le maglie di Stockport County, Cork Celtic, Los Angeles Aztecs, Fulham , Fort Lauderdale Strikers, Hibernian, San Josè Earthquakes, Bournemouth, Brisbane Lions e Tobermore United, chiudendo a quasi quarant’anni pur avendo smesso ad altissimi livelli ormai da un decennio.

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George Best iconico

Abbiamo scelto l'Olanda 74 come la Nazionale più iconica di sempre, ma cosa rende anche Best davvero un’icona? A livello calcistico, Georgie-boy era certamente il più talentuoso della Sacra Trinità e, chiaramente dell’intera rosa del Manchester United che, oggi, con Micheal Carrick alla guida sta tornando, finalmente, ad essere tra le favorite per le quote Premier League

Viene costantemente inserito tra i migliori dribblatori di tutti i tempi e quando si parla di ali pure il suo nome è sempre tra quelle inseriti tra i più forti di sempre nel ruolo. Paradossalmente però ha vinto meno di Charlton e Law, confermando che la sua carriera è stata meno soddisfacente di quanto forse il valore del calciatore meritasse. 

Dei tre è anche stato il meno longevo, sportivamente (e purtroppo anche non sportivamente) parlando. Sì, ha giocato fino a 38 anni, ma di fatto la sua carriera è finita a 28, quando ha lasciato Old Trafford. Quindi, rimanendo sul campo, Best è stato iconico nel suo prime, coinciso con la vittoria della Coppa dei Campioni del 1968, ma ha anche lasciato parecchi rimpianti. 

Di certo, il nordirlandese ha dato il via alla dinastia dei grandi numeri 7 del Manchester United, visto che dopo di lui quella maglia è diventata un’icona a se stante, indossata da altri calciatori che hanno scritto pagine indelebili della storia dei Red Devils: Bryan Robson, Eric Cantona, David Beckham e Cristiano Ronaldo.

George Best iconico

Best tra genio e sregolatezza

Lo status di icona di Best è però dovuto più al personaggio che al calciatore. Il ragazzo di Belfast, nel bene e nel male, ha infatti incarnato come nessuno prima e dopo di lui il binomio tra genio e sregolatezza. Ma soprattutto il nordirlandese è stato il perfetto rappresentante dello spirito di un periodo, quello a metà tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta, in cui il Regno Unito era il centro del mondo per quanto riguarda la musica, la moda e la cultura. 

Non per niente il suo soprannome era “El Beatle”, sia per i capelli lunghi che lo caratterizzavano che per lo stuolo di ragazzine urlanti che lo seguiva a ogni apparizione, proprio come avveniva ai Fab Four. Ed è stato anche il primo calciatore a diventare un obiettivo costante dei tabloid, affascinati dal suo stile di vita e dal connubio tra calcio e glamour rappresentato da Best. Che nel corso dei suoi anni migliori ha frequentato attrici, modelle e reginette di bellezza, venendo immortalato da migliaia di foto in locali ed eventi mondani.

Le frasi celebri di Best

Non per nulla una delle tante frasi celebri che si ricordano di lui è quella in cui sostiene che “se mi avessero dato la possibilità di scegliere tra segnare un gol al Liverpool da ventisette metri, dopo aver saltato quattro uomini, e andare a letto con Miss Mondo, sarebbe stata una scelta difficile. Per fortuna, ho avuto entrambe le cose”.

Uno degli elementi che lo hanno caratterizzato, particolarmente in negativo, è però il rapporto con l’alcol. Best non ha mai fatto mistero di amare la bella vita e di buttare giù qualche drink di troppo. Delle abitudini che già hanno avuto un impatto sulla sua carriera, ma che una volta appesi gli scarpini al chiodo gli hanno creato problemi in continuazione. 

Eppure in qualche modo anche questo fa parte dell’essere iconico di Georgie-boy, che è considerato uno dei santi protettori, assieme a Robin Friday e a Paul Gascoigne, della categoria dei calciatori “da pub”. L’idea che un professionista possa passare la nottata a bere champagne e poi ritrovarsi qualche ora dopo in uno stadio stracolmo a regalare calcio spettacolo è certamente affascinante. 

L'eredità di George Best

E non c’è dubbio che questo spieghi molto meglio di tante altre cose il concentrato di talento rappresentato dal nordirlandese. Che, alla fine, è riuscito anche a essere un'icona positiva perfino riguardo la sua dipendenza peggiore. 

Se negli anni d’oro Best scherzava sul suo amore per l’alcol (indimenticabili frasi come “Ho smesso di bere, ma solo quando dormo”, oppure “Nel 1969 ho dato un taglio a donne e alcool. Sono stati i 20 minuti peggiori della mia vita”), quando ha capito che la bottiglia gli stava togliendo la vita ha voluto lanciare un messaggio particolarmente toccante. 

Nella sua ultima intervista, in un letto di ospedale, Best ha dato l’ultima delle sue celebri massime: “Non morite come me”.

L’aeroporto di Belfast ed il mito che continua a vivere

E invece Georgie-boy se n’è andato il 25 novembre 2005 (lo stesso giorno in cui 15 anni dopo ha lasciato questa terra un certo Diego Armando Maradona), nel cordoglio generale del mondo del calcio e non solo. Ma il suo essere icona ha trasceso la fine della sua esistenza. 

E non solo grazie a iniziative come l’avergli intitolato l’aeroporto di Belfast o la sua presenza sulle banconote nordirlandesi, ma soprattutto perchè il mito di Best è rimasto nel cuore di molti, soprattutto in Gran Bretagna. Alla sua morte è stato unanimemente celebrato come uno dei migliori calciatori britannici di tutti i tempi e quando si è dovuto scegliere un giocatore per rappresentare il periodo elisabettiano (inteso come quello di Elisabetta II!), l’onore è toccato a lui. 

Che, tra il suo splendore sportivo e le tormentate vicende personali, è stato decisamente uno specchio di ciò che è stato il mondo. In poche parole, un’icona.

*Le immagini dell'articolo sono distribuite da Alamy.

Di Francesco Cavallini

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